mercoledì, 08 luglio 2009
Si sta diffondendo in questi giorni, tra Napoli e provincia, la notizia che diverse persone sono finite in ospedale dopo essersi ritrovate sul corpo delle strane bolle che, una volta schiacciate, si scoprivano essere piene di piccoli vermi. Si tratterebbe di una infezione dovuta all’inquinamento, peggiorato dopo il disastro ambientale relativo dal depuratore di Licola, col contenuto delle vasche finito in mare. I casi, a giudicare dalle voci di corridoio, sarebbero tantissimi. Come avviene in situazioni del genere, di testimoni diretti non ce ne sono: chiunque racconti la vicenda aggiunge di averla sentita da amici, conoscenti, e spiega che è relativa a terze persone non meglio identificabili. Gli elementi di una leggenda metropolitana, insomma, ci sono tutti: il mostro dell’inquinamento, il comportamento incauto di bagnarsi in acqua, la punizione orribile di trovarsi mangiucchiati dai vermi. Ma cosa c’è di vero in tutta questa storia? Nessun quotidiano, sinora, ha riportato la notizia e ciò dovrebbe già essere un campanello d’allarme per mettere in dubbio la veridicità. Il passaparola, però, continua a diffondersi ed ormai si può dire che non c’è più nessuno che non abbia sentito questa storia. L’allarmismo è arrivato fin nei corridoi degli ospedali, dove però si è abbattuto contro il muro degli esperti: una cosa del genere non è possibile. Il dottor Francesco Faella, direttore dell’Unità operativa complessa della I Divisione Dipartimento Emergenze ed Urgenze Infettivologiche, lo spiega senza mezzi termini: “E’ una stupidaggine, è una cosa che da noi non può assolutamente succedere”. “Ci sono delle malattie, - spiega Faella, - in cui alcuni tipi di mosche depongono le uova sulla pelle ferite, le uova poi si schiudono ed escono le larve, ma non si tratta di patologie presenti sul nostro territorio”. Al Cotugno, così come negli altri ospedali campani, non è arrivato nessun paziente affetto dalle strane bolle ‘ripiene’. Ci sono stati nell’estate scorsa dei casi di infezioni della pelle, è vero, ma, sottolinea il dottor Faella, “si trattava di bambini, la cui pelle è particolarmente sensibile, e comunque si trattava solo di manifestazioni cutanee, solo lesioni ma assolutamente senza parassiti”.
E allora, da dove nasce questa che ormai possiamo definire leggenda metropolitana? “Questo non lo so, - sorride Faella, - ma spero che chi l’ha messa in giro abbia un suo tornaconto, altrimenti si tratterebbe veramente di un cretino”.
domenica, 05 luglio 2009
L’Aquila, 4 luglio. Le prime case saranno pronte a settembre. Poi, a scaglioni, tutti rientreranno nelle nuove abitazioni. Provvisorie, che poi saranno destinate agli studenti fuori sede, in attesa della ricostruzione completa. “Ma una cosa è quello che dice la televisione, una cosa è quello che succede qua”.
Fa uno strano effetto percorrere le strade della città. Oltrepassare cumuli di macerie e ferraglia, vedere edifici che hanno perso uno, due piani. Palazzi puntellati. Abitazioni coi muri sfondati, da poterci guardare dentro. Osservare attraverso gli squarci tavolini, armadi, quadri alle pareti, tutto rimasto com’era prima del terremoto, sembra quasi di avere la supervista dei supereroi degli anni ’70. O di girare in una città devastata dalla guerra.
Nella tendopoli di piazza d’Armi, a L’Aquila, fa caldo. Caldissimo. Fino al tardo pomeriggio è impossibile stare nelle tende, nemmeno i ventilatori riescono a dare un po’ di pace. La sera invece è una lotteria: se ti va bene, risolvi con un cappotto. Se invece la fortuna ha deciso di prenderti ancora in giro, puoi anche svegliarti di notte con venti centimetri di acqua sotto il letto. Scherzi del clima, che diventano beffe per chi ha perso la casa col terremoto del 6 aprile.
Intorno alle 17 il sole è ancora cocente. E’ un viavai di volontari, si suda, mentre si aspetta che siano pronti i pass. Poi, un giro all’interno della tendopoli. E’ una giornata speciale, ci sono il primo matrimonio ed il primo battesimo di piazza d’Armi.
Un uomo passeggia con un cane lungo i corridoi tra le tende. Ha settant’anni, invalido, moglie e figlia invalido. Si ferma per sistemare con un pezzo di legno l’ingresso di ‘casa sua’, per evitare che qualcuno inciampi sul tappetino che fa da passerella. Sembra sereno. Forse rassegnato, ma sereno. Ricorda quello che successe alle undici di sera del sei aprile, di quando disse a sua figlia di tornare a dormire, che non era successo nulla. E di quando, poco dopo, corse fuori insieme a moglie e figlia per evitare che la casa gli crollasse addosso. Un paio di giorni a dormire in automobile, poi la tendopoli. Abitava in una casa popolare, non sa se e come stanno procedendo i lavori. Un funzionario del comune gli ha promesso che ad agosto gli farà sapere, forse sarà spostato con la sua famiglia in una struttura insieme ad altri invalidi. Intanto, aspetta.
A pochi metri dal palco dove si sta celebrando il matrimonio, una donna con un bambino nel passeggino. E’ peruviana, ma è in Italia da 8 anni ed i suoi due figli sono nati qui. Racconta della situazione difficile che sta vivendo. E spiega che spesso è costretta a lavare la roba a mano, o ad usare la lavatrice che si trova dall’altro lato del campo, benché una seconda lavatrice sia a pochi passi dalla sua tenda. Per quieto vivere. Per evitare di rispondere a tono quando qualcuno, vedendola arrivare carica di vestiti e con la sua pelle scura, le risponda che la lavatrice non si può usare perché ora è il turno di un’altra signora. Che non c’è ancora, ma che ha ‘prenotato’.
Un’altra donna, anziana, è seduta su una panchina all’ombra di un grosso albero, con la stampella appoggiata sulle gambe. Non vuole lasciarsi intervistare, dice che ha già parlato con molte persone, ha paura di esporsi troppo. “Signora, lo mettiamo in tv. E anche su Internet”. Sorride e commenta: “Tanto non c’è pericolo che qualche pedofilo mi vede e mi viene a prendere”. Anche lei era in affitto, e adesso, oltre ai proclami della tv, aspetta che qualcuno le comunichi qualcosa. Qualsiasi cosa. Che le casse arrivino per settembre, però, ci crede poco. Sorride ancora, tra l’ironico e il rassegnato.
Tutti hanno la stessa risposta: della ricostruzione, non sanno ancora nulla. Malgrado i proclami, le imprese titaniche di cui si è parlato e che probabilmente sono state avviate, nessuno ha dato ragguagli ai terremotati. “Abbiamo visto che stanno costruendo, ma non sappiamo ancora niente. Non lo sappiamo, dove ci metteranno”.
venerdì, 26 giugno 2009
Michael Jackson non è veramente morto. Ve lo ricordate il video con gli zombie? ecco, ha deciso di fare un remake. Questa volta per bene.
martedì, 23 giugno 2009

Sta spopolando negli ultimi giorni su internet un nuovo sito, che promette di solleticare i pruriginosi istinti degli internauti. Si chiama Sexy Lena (http://www.sexy-lena.com/?uid=209883) e, a quanto dice il creatore, non è altro che la vendetta di un amante lasciato: dopo quattro anni di fidanzamento, si legge nell’introduzione, la ragazza lo ha lasciato e lui ha deciso di mettere delle fotografie private su internet.
A prescindere da questioni morali (e legali), il sospetto è che dietro questo sito si trovi tutt’altro. Le fotografie, infatti, girano già da parecchio tempo in Rete, su diversi siti si trovano anche le ‘serie’ complete degli scatti della ragazza. Sufficiente per dire che non la storia raccontata è falsa. Se questo non bastasse, un secondo, fondamentale indizio, è il meccanismo che il ‘fidanzato lasciato’ ha scelto per diffondere le fotografie della ‘sua ex’: all’accesso sul sito viene fornito un link personale e, diffondendo questo agli amici, si ‘sbloccheranno’ le altre fotografie. In pratica, se un utente passa il proprio link personale ad un amico, e questi ci cliccherà sopra, l’utente avrà accesso ad altre foto. E’ facile intuire che il meccanismo è simile a quello delle catene di Sant’Antonio: clicca e fai cliccare.
Il caso ricorda molto da vicino quello del sito di Sonja, che si presentava come una ragazza disponibile a spogliarsi ed a inserire nuove fotografie ogni tot commenti ricevuti sul sito. La voce si sparse velocemente ed in pochi giorni erano tantissimi quelli che cliccavano sul sito e commentavano, sperando di vedere nuove fotografie. Gli scatti, ovviamente, erano presi da internet. Sonja non esisteva, era solo una trovata pubblicitaria: dopo qualche tempo infatti il dominio del sito (ovvero l’indirizzo), ormai cliccatissimo, venne venduto e diventò un sito pubblicitario. Il gioco delle fotografie era stato solo un sistema per diffondere quel dominio, in modo da alzare il prezzo di vendita dello stesso.
Anche in questo caso, il meccanismo potrebbe essere lo stesso: indurre parecchie persone a cliccare sul sito tramite il passaparola, poi rivendere il dominio. E la Sexy Lena? Non esiste, come non esisteva Sonja.
Aggiornamento:
a quanto pare, il sito induce, dopo un certo numero di click, ad iscriversi ad un popolare motore di ricerca per incontri erotici in rete. I dubbi iniziali si rivelano quindi del tutto fondati.
martedì, 05 maggio 2009
La storia è di quelle che tutti hanno sentito almeno una volta. Questa volta i due protagonisti sono una cassiera ed una guardia giurata, entrambi sposati con prole, amanti da tempo ed impiegati presso un centro commerciale della Bergamasca.
Secondo quanto riferisce la “Gazzetta dell’Adda” la cassiera, appena terminato il turno di lavoro, ha cercato il suo amante. La guardia giurata, con la scusa di un caffè, l’ha raggiunta in bagno. Lì il focoso amplesso. Qualcosa però è andato storto. Durante un rapporto anale i due sono rimasti incastrati.
Hanno provato a separarsi, ma dopo diversi inutili tentativi hanno dovuto chiedere l’intervento del 118. Gli infermieri li hanno trasportati in ospedale ancora avvinghiati, tra le persone che, incuriosite, si erano fermate davanti al centro commerciale per capire cosa stesse succedendo.
Tra i curiosi, manco a farlo apposta, il marito della cassiera insieme al figlio: vedendo la moglie in quelle condizioni è svenuto. La guardia giurata è stata licenziata in tronco, mentre la cassiera, che aveva già finito il turno di lavoro, si è salvata. Anche se ora dovrà vedersela col marito.
Una storia che fa sorridere sicuramente ed è decisamente ‘sopra le righe’, ma che fa nascere parecchi dubbi. E’ tutto vero oppure no?
In mancanza di fonti certe (nome del supermercato, per esempio), le possibilità che si tratti di una bufala sono molto alte. Se poi si passa in rassegna qualsiasi archivio di leggende metropolitane, tutti i dubbi cadono miseramente: si tratta di una storiella inventata e che circola, in internet oppure oralmente, da diversi anni, seppur con piccole variazioni.
La ‘versione base’ resta fedele alla scaletta degli amanti incastrati poi soccorsi davanti al coniuge di uno dei due, ma i particolari vengono talvolta modificati. A volte, per esempio, il coniuge che scopre l’adulterio è proprio il medico incaricato di staccare i due amanti.
martedì, 05 maggio 2009
Sono state rese pubbliche (da Studio Aperto ieri, prima della prossima pubblicazione su Chi) le foto della festa di compleanno di Noemi Letizia, la 18enne di Portici che chiama ‘papi’ il presidente del Consiglio.
Nelle fotografie, come annunciato dal Cavaliere nei giorni scorsi, si vede Berlusconi insieme a diversi invitati a riprova del fatto che si sia trattato di una festa innocente e mettere a tacere le malelingue che già ipotizzano chissà quale mistero dietro il rapporto che lega il premier ad una ragazzina maggiorenne da pochi giorni. Le foto, però, hanno fatto nascere non pochi dubbi: sembrano infatti grossolanamente ritoccate. 
Chiaramente è difficile fare una valutazione definitiva, in quanto non si tratta di fotografie originali ma di immagini catturate dallo schermo, circostanza che potrebbe trarre in inganno ‘modificando’ le fotografie in modo da false sembrare ritocchi scadenti. Nemmeno è possibile valutare sulla base di luci ed ombre, in special modo sul colorito ‘arancione’ del premier, che potrebbe venire da una strana esposizione alla luce oppure da un sempre presente cerone. Ma i dubbi, quelli, restano.
A cominciare dalla prima fotografia, quella che ritrae la famiglia di Noemi Letizia e ‘papi’ Berlusconi, sono diversi i punti che non tornano. Il papà di Letizia sembra aggiunto digitalmente, troppo ‘schiacciato’ rispetto agli altri protagonisti. Ma anche questo potrebbe dipendere dal fatto che la fotografia è stata scattata mentre le immagini scorrevano a Studio Aperto. L’occhio non può non cadere poi sul viso della giovane festeggiata, anche lei, per luce e proporzioni, apparentemente frutto di un ‘copia e incolla’ di quelli brutali. Sospetto è il contorno bianco attorno al viso: rimasugli dello sfondo originale non modificato, oppure un velo di pizzo? Impossibile dirlo, in mancanza delle immagini originali ad alta risoluzione. L’ipotesi del velo, però, sembra verosimile: lo stesso velo è infatti riflesso nello specchio che si trova alle spalle, dove si notano il padre di Noemi, i capelli della madre e, appunto, un lembo chiaro in corrispondenza della schiena della diciottenne. I dubbi, almeno in parte, cadono se poi si osserva la fotografia a risoluzione maggiore:
si nota così il velo di Noemi più definito e, nello specchio, lo stesso velo. Se di foto ritoccata si tratta, quindi, non sarà questo particolare a svelarlo.
In altri scatti, poi, la figura del Cavaliere sembra quasi ritagliata ed appiccicata tra i festeggiati. In tutte le pose sembra troppo alto, ma non è possibile stabilire se è stata una scelta del fotografo (di chi ha scattato o di chi ha ritoccato?) o se le persone ritratte con lui, che non appaiono in figura intera, siano invece molto basse. Molto probabile che le foto siano ritoccate (per far apparire il premier ‘più giovane’, per esempio), e qualsiasi programma di grafica in grado di rilevare modifiche lo accerterà. Questo però non prova niente: qualsiasi fotografo, infatti, modifica le fotografie per correggere imperfezioni o per migliorare magari le espressioni delle persone ritratte.
La domanda è un’altra: le modifiche si limitano a questi piccoli particolari oppure, come ipotizzano su molti blog e siti internet, i ‘ritocchi’ vanno ben oltre?
lunedì, 04 maggio 2009
Qualcuno dice che mi invento le cose, e che non ho buona memoria. Ma a me non pare sia così. Oggi per esempio parlavo del gobbo di Notre Dame, ma la mia versione, a quanto dicono, non è esattamente come l'originale. Strano..
Allora, ci stava il gobbo di Notre Dame che era un pregiudicato che rubava la pensione alle vecchie e, dopo uscito da Poggioreale, aveva preso il posto in una chiesa come campanaro grazie ad un corso per ex detenuti della Regione Campania. Questo gobbo, visto che non gli veniva di fare un cazzo, stava tutto il giorno sul campanile a scrivere poesie. “Vuoi vedere che quell’altro sgobbato ci riusciva e io no?”, si diceva Quasimodo, maledicendo Leopardi. Chillu sgubbato.
Esmeralda invece era una zengara che viveva al campo rom di Ponticelli, e andava rubando le offerte dentro alle chiese.
Un giorno Quasimodo, mentre stava scrivendo una poesia, si accorse che non gli veniva la rima. “Uomo del mio tempo, eri nella carlinga, con le cacate di palummo spavezate sul vetro”, scriveva e jastemmava. Così, per sfregio, si disse che avrebbe avuto più senso jastemmare proprio in faccia al crocefisso.
Scese nella navata centrale e trovò Esmeralda con un piede di porco che stava arapendo una cassetta votiva del seicento.
“Ue’ zengara, e che staje facendo?”, disse.
“E tu chi sei?”, rispose Esmeralda senza manco scomporsi.
“Io sono il campanaro!”, disse Quasimodo. Ma Esmeralda non gli credette e così, per darle una prova, il gobbo le fece vedere le due campane e le mise il batacchio in mano. E così, con questo gesto di estremo romanticismo, nacque la storia d’amore che unì uno sgobbato e una zengara.
venerdì, 27 marzo 2009
Il bradipo è un animale senza senso. E’ una specie di scimmia scamazzata, non si muove, non parla, non racconta barzellette. E che fa? Mangia le cose sugli alberi, oltre alle cose cadute per terra ed è particolarmente ghiotto delle schifezze di polvere che si fanno sotto ai mobili di casa.
E ci pensi a quando vuole riprodursi? Intanto che acchiappa la bradipa e fa “ciao, vuoi uscire con me?”, quella s’è già sposata un camorrista, vive in un vascio dei quartieri e tiene sei figli.
Ma c’è dell’altro. Casomai riuscisse ad acchiappare la bradipa, a trattenere l’erezione per il tempo sufficiente per trovare la via giusta (quindi quelle due o tre settimane), che succede? Fa un figlio solo, che quando si fa grande si piglia l’albero e sfratta il padre. E che vita ‘e mmerda! Poi qui la gente si lamenta del figlio tossico che chiede sempre soldi..
Ma pensiamo ad un bradipo single. Alcuni di loro amano la vita, gli piace girare il mondo. E cambiare albero. Ma visto che il bradipo è strunz di natura, capita che scenda da un albero e, dirigendosi verso il successivo, esaurisca tutte le forze. Quindi muore per strada comme a nu disgraziato. Na tragedia che si consuma in dieci metri, non so se mi spiego.
Tanto che ci sono pure i cartelli, ve lo giuro. Che dicono che se vedi un bradipo per terra, devi capire dove cazzo vuole andare e lo devi appusare vicino ad un albero finchè si attacca. E metti caso che è appena sceso dall’albero del figlio, quello sta rincoglionito, risale, e abbusca.
Però perlomeno sa nuotare bene. Come certi bagnini, che a terra non gliene viene di fare un cazzo, solo che il bradipo non si abbronza. E una volta in acqua, pare tipo a metà tra na scimmia e na zoccola. E puzza di cane bagnato.
A mangiare, ancora peggio. Ci mette un mese a digerire il pranzo. Ma manco se mangiasse la lasagna di mia madre! E poi non beve mai. Dicono le enciclopedie. Secondo me invece la sera si scende cinque o sei mojito di seguito, poi non tiene manco la forza, il giorno dopo, di fare i cortei dei disoccupati.
Però almeno è un animale pulito. Quando deve fare i suoi bisogni, scava un fosso, si mette a tipo nella turca, ed espleta. Poi lo ricopre. Solo che per fare questo ci vogliono cinque o sei ore. Quindi spesso fa semplicemente un fosso più grande e si lascia morire dentro. E a volte si addormenta mentre fa la cacca.
Però è un animale bastardo. Fa finta. In realtà quando ha paura corre comme a nu cesso. Tipo se lo curreiano, si arrampica sugli alberi con una velocità impressionante. Quindi non è che è lento, è che si caca il cazzo di fare le cose.
E’ nu sfrantummato! E si fa anche crescere il muschio sulla pelliccia! Ma che animale dimmerda!
Non si è ancora estinto perché si caca il cazzo pure di estinguersi. E perché sa giocare bene a carte.
Anche se, riflettendoci, mi piace pensare al bradipo come una metafora napoletana. Se ne passa per il cazzo, fa quello che gli pare, non tiene niente ‘a vede’ con nessuno. Ecco, il bradipo ha capito tutto della vita.
giovedì, 12 marzo 2009
E’ stata sbandierata come panacea per la pedofilia online, la nuova proposta di legge dell’onorevole Gabriella Carlucci, invece suona tanto come un ennesimo (e inutile) tentativo di imbavagliare internet. Nel testo non si parla mai di pedofilia. Mai.
Esaminiamo brevemente l’articolo 2, che è quello più importante. Nel primo infatti si specifica che la legge è valida per tutti gli apparati, fisicamente collocati in Italia, atti ad accedere ad Internet. Nel terzo invece si parla di un istituendo “Comitato per la tutela della legalità nella rete Internet”.
Nell’articolo due si dice che è vietato effettuare o agevolare l’immissione in rete di contenuti in maniera anonima. Via l’anonimato da Internet, quindi. E questo vale per qualsiasi cosa, anche per un post su un blog. Si continua dicendo che chi si rende responsabile di violazioni del comma uno è da ritenersi responsabile “di ogni e qualsiasi reato, danno o violazione amministrativa cagionati ai danni di terzi o dello Stato”. E non ci sono ulteriori spiegazioni: indi, se su un blog privato un commentatore anonimo pubblica un contenuto in forma anonima, anche il proprietario del blog è ritenuto responsabile. Bella ‘porcata’, direbbe Calderoli.
Comma terzo, l’equiparazione tra un luogo virtuale quale Internet alla Stampa: per i reati di diffamazione le norme sono le stesse. Si equipara quindi un blog amatoriale e privato (uso sempre lo stesso esempio) ad una testata giornalistica regolarmente registrata. Scrivere ‘questa legge è una porcata’ (sempre citando Calderoli, in relazione ad una passata legge elettorale) come commento ad un post aperto su un blog equivale quindi a scriverlo su un quotidiano. Interessante sapere se, nell’eventualità che questa legge venisse approvata così com’è, anche i blog privati dovranno avere un direttore responsabile.
Il quarto comma parla delle violazioni “concernenti norme a tutela del Diritto D’Autore, dei Diritti Connessi e dei Sistemi ad Accesso Condizionato”, che non verranno modificate.
Non una volta menzionata la pedofilia online. Certo, impedendo che vengano riversati nella rete contenuti anonimi si evita che ci arrivi anche materiale pedo-porno, ma da qui a dire che la legge è fatta per arginare il fenomeno è un passo un po’ forzato.
Ma veniamo alla parte più interessante, ovvero l’autore della legge. Ufficialmente è l’onorevole Gabriella Carlucci. I metadata del documento word, però, dicono tutt’altro. Esaminando gli attributi, infatti, si legge che l’autore del documento (salvo successiva modifica di tale ‘giovanni’) è Davide Rossi, mentre alla voce società si legge Univideo.
Ovvero, il presidente dell’Univideo che in diverse occasioni ha esplicitamente mostrato la sua avversione per la rete. I maligni potrebbero pensare che in realtà sia stato Rossi a scrivere questa proposta di legge, e che lo abbia fatto cucendola addosso all’associazione che rappresenta, che lo abbia fatto per tutelare i propri interessi, che abbia mascherato una sorta di imbavagliamento del web dietro il nobile fine di tutelare i minori vittime di violenza sessuale.
Ma i maligni resteranno delusi nell’apprendere che la stessa Carlucci ha spiegato come sono andate le cose: il suo staff aveva seguito una conferenza presieduta da Rossi e lei stessa, presumibilmente incantata dalle competenze del presidente di Univideo, ha chiesto una piccola collaborazione per stendere la proposta di legge. In via non ufficiale e nelle vesti di avvocato, si intende. Il computer utilizzato sarebbe stato un laptop in uso a Rossi, e questo spiegherebbe come mai quei dati negli attributi. Semplice, no?
E restando nel campo delle citazioni, dopo un ringraziamento a Calderoli, qualcuno potrebbe concludere con una chiosa andreottiana: a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.
sabato, 28 febbraio 2009
E’ probabile che in questi giorni vi arrivi un messaggio, sotto forma di notifica, che vi avvisa che qualcuno ha richiesto la chiusura del vostro account su facebook, con tanto di link ad una applicazione che si chiama “closing down”, o simile. L’invito è di premerci sopra per avere altri dettagli.
Bene, non fatelo. Per due motivi principali.
Il primo è che facebook non vi avvisa tramite una applicazione esterna (eh si, tutte quelle applicazioni sono esterne, non sviluppate da facebook, che si limita ad ospitarle) per dirvi che qualcuno vuole chiudere il vostro account. E questo dovrebbe già farvi riflettere. Ma si sa, l’emotività fa brutti scherzi. E il panico è garantito, quando uno crede di trovarsi davanti al rischio di vedersi rotto il giocattolino.
Il secondo motivo è che quell’applicazione è soltanto una truffa. E’ studiata apposta per carpire i vostri dati personali, e nel sistema più semplice possibile: vi chiede se volete che acceda ai vostri dati e voi, sempre in paranoia, cliccate su yes senza pensarci. Salvo poi lamentarvi, chiaramente.
Una variante dell’applicazione, con sistemi e scopi simili, è “The Error Check System”. Ovvio che non bisogna cliccare nemmeno su questa.